Terapia Familiare

L’uso del gioco in seduta: linee teoriche di riferimento

Molteplici sono le teorie sul gioco e altrettanto diversificati sono i campi e i metodi di applicazione.
Il gioco è una cosa seria ed è grazie al gioco che i processi di sviluppo cognitivo, affettivo e sociale procedono, nella maggioranza dei casi, in modo armonico.

 

Jean Piaget (1945) sostiene che il gioco segue lo sviluppo cognitivo, in modo particolare per ciò che riguarda lo sviluppo della simbolizzazione; l’attività ludica consente al bambino di vivere una dimensione fantasticata, mantenendo però un legame con la realtà effettiva; egli sviluppa così un’attività mentale evoluta, crea cioè simboli per presentificare ciò che è assente e per modificare la realtà esterna in base ai propri bisogni.

 

Lev Vygotskij (1966) ha offerto un importante contributo, assegnando al gioco, oltre che una pregnante funzione cognitiva, una inscindibile componente affettiva. Egli afferma infatti che il gioco permette al bambino di far fronte alla tensione che sorge ogni qual volta un desiderio non può essere immediatamente soddisfatto. Inoltre egli sostiene che “nel gioco il pensiero è separato dagli oggetti e l’azione nasce più dalle idee che dalle cose: un pezzo di legno comincia ad essere una bambola e un bastone diventa un cavallo”, consentendo al bambino di liberarsi dai vincoli imposti dagli oggetti stessi.
Quando sarà più grandicello, egli non dovrà ricorrere più solo alla trasformazione simbolica degli oggetti,ma potrà fare sempre più ricorso alle parole, ad un patrimonio verbale sempre più evoluto, per creare scenari più ricchi e significativi. Il gioco si colloca quindi in un’area che va oltre il contesto reale ed è per questo che tende a favorire la maturazione cognitiva; il bambino, mentre gioca, agisce al di sopra del suo comportamento quotidiano, protendendosi così verso un livello di sviluppo prossimale.

 

La psicoterapia infantile si avvale da tempo del gioco; già nel 1909 Freud si è preso cura del piccolo Hans, elaborando un’analisi condotta dal padre del bambino stesso, ma già nei suoi primi scritti egli pone in evidenza la correlazione tra trauma infantile e psicopatologia (1892) e considera il gioco come un’espressione dei conflitti inconsci, ma anche come strumento catartico che sviluppa maggiore padronanza; i bambini, infatti, riproponendo nella loro attività ludica situazioni di vita quotidiana che hanno provocato in loro emozioni forti, possono distaccarsi dalla realtà e ricercare nuove risorse in un contesto protetto(1922).

 

Erikson riconosce al gioco l’indiscutibile valore di permettere al bambino di interiorizzare nuove competenze, ma anche di esprimere emozioni e di affrontare le esperienze traumatiche.

 

Anna Freud (1928) ha offerto un significativo apporto alla teoria psicologica del gioco, elaborando le fasi di sviluppo dell’attività ludica (fase del gioco erotico, fase dell’oggetto morbido, fase dell’attaccamento a un giocattolo, sul quale il bambino ripropone esperienze affettive, fase degli oggetti–giocattolo, utilizzati in vario modo). Anna Freud utilizzava il gioco per coinvolgere i bambini e per stabilire un’alleanza terapeutica; successivamente procedeva con l’analisi, passando dal gioco alla verbalizzazione. Il gioco era quindi un mezzo, che poteva essere utilizzato solo con bambini più grandi, che avevano già raggiunto un buon livello di competenza di espressione verbale.

 

Melanie Klein (1932) riteneva che il gioco corrispondesse al sogno e alle libere associazioni degli adulti e sostituisse la verbalizzazione; usava quindi il gioco come mezzo di comunicazione, come uno strumento accessibile al bambino per comunicare emozioni e pensieri e il suo lavoro poteva essere rivolto anche ai piccoli pazienti in età pre-edipica.

 

Per Winnicott (1971): giocare e disegnare permettono di trasformare gli oggetti, dando un’impronta personale e facendo sì che nessun oggetto sia più lo stesso dopo essere stato incontrato e usato da un bambino: è un oggetto–soggettivo. È proprio il gioco che, associato ad una positiva esperienza di accadimento (preoccupazione materna primaria, holding and handling, collaborazione psicosomatica), permette di vivere con sufficiente serenità l’esperienza del distacco dalla figura materna.

 

Dai giochi che un bambino fa possiamo farci un’idea di come egli vede e interpreta il mondo: quali esperienze vorrebbe vivere, che cosa lo intimorisce, che cosa lo soddisfa, quali sono i problemi che lo affliggono. Egli, attraverso il gioco, esprime cose che non riuscirebbe a tradurre in parole (Bruno Bettelheim, 1987).
Anche in terapia familiare si dà importanza al gioco del bambino e con il bambino. Ecco una breve sintesi di alcune delle modalità di lavoro più significative.

 

Minuchin (1976) ha lavorato molto con famiglie con bambini; il suo è un gioco insieme ai bambini, sedendosi per terra con loro, stabilendo quindi un contatto corporeo di vicinanza e offrendo al tempo stesso un modello ai genitori.

 

Whitaker (1990) era capace di entrare in relazione con i bambini attraverso la fantasia, la creatività, l’assurdo; i sintomi che essi presentavano venivano normalizzati e valorizzati, in quanto offrivano vitalità alla famiglia, davano la possibilità di comprenderne il mondo affettivo. Egli giocava con i bambini anche mentre i genitori discutevano in seduta.

 

Nathan Ackerman, già nel 1937, considera la famiglia come una unità su cui impostare diagnosi e terapia e inizia a inviare il personale del suo staff a casa dei bambini per studiare le famiglie. Egli dà grande importanza alla diagnostica e alla necessità di distinzione tra problemi personali e temi conflittuali relazionali, anche se possono essere in stretta relazione tra loro. Il gioco di relazioni nella famiglia viene letto in termini di “attaccamento”, di “ideali”, di “forze emotive”, di processi inconsci familiari, di capro espiatorio, sostenendo l’idea che siano i processi collettivi familiari a far emergere la patologia. I genitori distribuiscono sui figli le proprie caratteristiche personali; il caso estremo si verifica quando uno dei figli è identificato come portatore di una caratteristica molto negativa.

 

Ackerman assume il ruolo di figura genitoriale sostitutiva e contemporaneamente di guida e strumento di esame della realtà per tutta la famiglia; egli deve riuscire a creare un rapporto empatico con i familiari, ma anche a evocare i conflitti più importanti e affrontarli apertamente.

 

Virginia Satir (1992) conduce suggestive sedute con famiglie con bambini; la valorizzazione delle emozioni, l’uso del corpo, del contatto fisico, dei gesti di affetto da trasferire a tutti i membri della famiglia; l’uso del non verbale è una delle sue tecniche terapeutiche più significative, utilizzata per aiutare le persone a comunicare attraverso un linguaggio alternativo alla parola e più adatto ad esprimere sentimenti profondi.

 

Maurizio Andolfi  (1977) ha dedicato molta della sua esperienza al lavoro con la famiglia con bambini, partendo dall’idea che il problema di un bambino è sempre un problema familiare e, pertanto, quando si presentano problemi, egli non può essere osservato individualmente nelle proprie difficoltà e nei propri livelli di sviluppo, bensì all’interno delle relazioni significative. La famiglia, egli afferma, è un sistema emozionale che ha una storia comprendente almeno tre generazioni; la storia individuale del sintomo assume valore attraverso la storia plurigenerazionale del sintomo stesso, lungo un tempo ampio che ne elabora i significati. Il modello trigenerazionale permette quindi di affrontare una crisi di sviluppo all’interno di un gruppo che possiede una propria storia. Andolfi afferma l’importanza di ridare voce all’infanzia, affidando al bambino un ruolo di primo piano nelle sedute familiari. È infatti intorno al figlio o ai figli che ruotano le emozioni e i sentimenti dei genitori e, spesso, è proprio il bambino a convincere i grandi a chiedere aiuto, manifestando disagio psicologico, sintomi di chiusura relazionale o problemi comportamentali.

 

Per questo è importante la collaborazione attiva del bambino in seduta, in quanto ciò permette al terapista di prendersi cura di lui e, al tempo stesso, di intraprendere un processo diagnostico e terapeutico con la famiglia.
Il bambino rappresenta quindi la porta di ingresso per entrare nel sistema familiare. Non dimentichiamo, inoltre, che attraverso il riconoscimento di competenza al bambino, il terapista elogia implicitamente anche i genitori, i quali, solitamente, vivono con senso di inadeguatezza la necessità di ricorrere a un aiuto esterno.
I figli offrono la possibilità di “entrare” anche in dimensioni spazio-temporali più ampie, favorendo l’esplorazione di memorie ed esperienze delle generazioni passate.
Il bambino è infatti disponibile a fantasticare sulla vita dei genitori quando erano piccoli come lui, su come si sono incontrati… a formulare ipotesi sui possibili disagi che i genitori hanno provato da piccoli e su come sono stati aiutati dai nonni… Viene così costruita, con il coinvolgimento e con l’aiuto di tutti i membri della famiglia, una sorta di mappa emotiva trigenerazionale, attraverso la quale il sintomo acquista un preciso significato affettivo e relazionale.

 

Le sedute con i bambini non sono certo facili e un buon terapista, sostiene Andolfi, deve sapere come è fatto un vero bambino, se non lo sa non può cogliere il significato dei messaggi che porta, non può comprendere il suo linguaggio magico né interpretare il suo gioco in seduta. È indispensabile che il terapista, se vuole davvero cogliere il valore del sintomo, rinunci al proprio bisogno di tenere sotto controllo i comportamenti del bambino; egli deve invece accoglierli, “abbracciarli”, giocare con le componenti simboliche, contenendo la sofferenza sia dei piccoli sia dei grandi. Solo così la famiglia potrà affidarsi a lui e accettare un aiuto esterno che serva loro a scoprire una competenza e una forza abilmente nascoste dalla sofferenza e dal dolore.
Se i grandi salgono “al piano superiore” il bambino potrà fare finalmente il bambino, non avrà più bisogno di pensare al posto dei suoi genitori e potrà parlare con la propria voce.

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