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20 05 2019

Allarme!

I bambini non stanno più attenti! 

 

"I bambini non sanno più ascoltare!”; “I bambini non stanno più attenti!”

Sono frasi che sentiamo spesso.

Ma è vero che i bambini non ascoltano? E’ vero che prima ascoltavano di più? È vero che la loro attenzione è diminuita?

Pensiamo che, al contrario, ascoltino fin troppo, per i molteplici stimoli che affollano la quotidianità, per le proposte didattiche, anch’esse sovraffollate, che, soprattutto per coloro che hanno alcune difficoltà, possono risultare eccessive e, come sappiamo, “il troppo stroppia”. 

L’attenzione è una funzione indispensabile per portare avanti qualsiasi attività cognitiva, ma anche per entrare in contatto con le nostre emozioni e per assumere comportamenti adeguati al contesto.

L’attenzione ci accompagna nella vita di ogni giorno ed è sostenuta da altri processi cognitivi, come la comprensione, la memoria, la motivazione.


La nostra attenzione

Immaginiamo di trovarci in un auditorium ad assistere una “lezione”. C’è un esperto che sta parlando di un argomento importante, di cui però non sappiamo molto.  Intorno a noi non può esserci il silenzio assoluto, perché la sala è piena di partecipanti. Una sedia vicino a noi scricchiola, il collega che ci ha dato un passaggio in macchina ci commenta nell’orecchio, dietro di noi qualcuno è raffreddato, un altro tossisce.  Inoltre l’auditorium non è ben insonorizzato, per cui sentiamo anche dei rumori che provengono dall’esterno e dalla sala vicina, in cui è in atto una conferenza. Il relatore è bravo, sa un sacco di cose, le spiega con garbo, ma non coinvolge il pubblico, non fa esempi concreti, non si mette nei panni di chi, come noi, non è esperto del tema trattato. Proviamo a seguire, per un po’ ce la facciamo, ma poi… la nostra mente inizia a divagare, trova altre vie, percorre altri sentieri e, quando vogliamo davvero riprendere il filo, è troppo tardi.

In questo modo ci siamo calati nei panni dei bambini e degli adolescenti, che, pur vivendo esperienze diverse, possono, talvolta, vivere le nostre proposte con fatica. Ma facciamo un ulteriore sforzo e identifichiamoci ancora di più, facendo finta di essere Paolo, un bambino di terza primaria.

 

Paolo e la sua focaccina

L’insegnante di Paolo, l’alunno in cui ci siamo identificati, è davvero molto bravo, preparato didatticamente e con un buon approccio relazionale. Ma Paolo, che presenta un DSA associato a difficoltà di attenzione, riesce a seguire? È capace di selezionare gli stimoli che gli provengono o se ne sente bombardato inesorabilmente? Quanto riesce davvero a partecipare alla spiegazione e a relegare in periferia tutte le sensazioni uditive in cui è immersa la stanza? Paolo dovrebbe possedere un buon livello di attenzione selettiva uditiva, ma non basta: in quello stesso ambiente ci sono anche stimoli visivi (il sole che invita ad una ricreazione all’aperto, il colore inconsueto della maglia dell’insegnante, il diario accattivante del compagno di banco…), olfattive (la puzza di catrame che proviene dalla strada, il dopobarba dell’insegnante, il profumo appetitoso della focaccina al salame imprigionata nello zaino), gustative (l’acquolina in bocca immaginando di addentare di nascosto la focaccina), tattili (le mani ancora appiccicate dalla tanto desiderata focaccina al salame addentata di nascosto). Avete capito, Paolo è un bambino goloso e, mentre l’insegnante fa il possibile per condurre un’esperienza significativa per i suoi alunni, la sua motivazione va altrove. 

 

Martina e le domande importanti

Porsi domande è sempre importante e spesso le risposte aprono la via che conduce alla soluzione dei problemi.

Ricorriamo di nuovo a un esempio. Questa volta si tratta di Martina, una bambina di 10 anni, che i genitori hanno portato a fare una gita al museo etrusco.

Martina è distratta, con la testa tra le nuvole. Poniamoci alcune domande importanti.

  • Da quanto tempo Martina sembra così distratta?
  • All’inizio ci è sembrata coinvolta e, gradualmente, si è un po’ persa nel suo mondo?
  • Fin da subito ha mostrato difficoltà?
  • L’esperienza, così come l’abbiamo proposta, è adatta alle sue capacità?
  • L’esperienza è stata da noi proposta tenendo conto delle sue caratteristiche personali e dei suoi bisogni?
  • Come possiamo fare per recuperare la sua partecipazione?
  • Che cosa non ha funzionato? Il tipo di proposta? Il modo con cui si è svolta l’esperienza? I tempi troppo prolungati? La mancanza di condivisione? L’eccessiva “teoria”?
  • Come possiamo fare in modo che l’esperienza lasci in lei una traccia, che possa permetterle di ricordare?
  • Se pensiamo di proporre un’attività simile, quali cambiamenti pensiamo utili per migliorare la partecipazione e il livello di attenzione del gruppo?

 

Migliorare l’attenzione

Le capacità di attenzione possono ovviamente essere potenziate e sviluppate se le proposte sono di buona qualità; gli stimoli offerti possono essere resi più “accattivanti”; ad esempio, una spiegazione condotta con il supporto d’immagini mantiene sicuramente più attiva e duratura l’attenzione, così come i riferimenti alla vita concreta (nel caso del museo etrusco potremmo, ad esempio, fantasticare sulla vita di un bambino di 10 anni ambientata in quel contesto). Un compito proposto in modo divertente attiva maggiormente le risorse attentive, mentre le attività ripetitive e monotone risultano sicuramente poco sollecitanti per i bambini. C’è inoltre un altro elemento fondamentale che modifica notevolmente la durata dell’attenzione, riguarda le componenti relazionali. Un buon rapporto con l’altro e, in particolare, con l’adulto, è di grande aiuto per chi è in una situazione di apprendimento. La gratificazione, l’incoraggiamento, la proposta adeguata alle capacità, la valorizzazione dell’errore e l’opportunità di superarlo creano un contesto relazionale che, senz’altro migliora le prestazioni del soggetto.

 

DSA e attenzione

Gli alunni con DSA presentano spesso una lentezza esecutiva, per cui avrebbero necessità di tempi di lavoro più lunghi; l’attenzione sostenuta, per contro, è frequentemente piuttosto breve, per cui non risulta talvolta  efficace per portare avanti l’attività. Anche per questo  motivo è necessaria la suddivisione del compito. E’ di fondamentale importanza il criterio di accessibilità relativo ai contenuti proposti e alle abilità necessarie; per questo è indispensabile un’attenta conoscenza delle risorse del soggetto.

 

 

ADHD

Alcuni bambini presentano un vero e proprio deficit di attenzione, spesso associato a iperattività e impulsività. In situazioni più comuni la disattenzione può dipendere anche da stanchezza fisica o mentale, da eccessive richieste e impegni, da una situazione di stress. E’ importante parlarne con i genitori, per capire se, ad esempio, quell’alunno riposa bene la notte, se gli vengono concessi i giusti tempi di recupero anche attraverso il gioco o se è sottoposto a situazioni particolarmente stressanti.

 

 

La distrazione

È un'interruzione dell’attenzione causata da stimoli esterni o interni. Basta qualche oggetto o persona attorno a noi per catturare la nostra attenzione così da distrarci dal compito che altri o noi stessi ci eravamo assegnato. Allo stesso modo basta un pensiero, un ricordo o un’immagine che fa capolino nella nostra mente per catturare momentaneamente la nostra attenzione e farci distrarre.

 

 

La facile distraibilità

Anche questa può essere una caratteristica personale, ma è frequentemente presente nei bambini, almeno fino ai nove-dieci anni. La distraibilità può essere associata anche a problematiche di natura psicologica, per cui l’ansia, la paura, l’inquietudine interiore irrequietezza interiore possono ostacolare l’attivazione duratura dell’attenzione.

 

 

Il rimprovero

I bambini non lo fanno apposta a distrarsi, non decidono deliberatamente di non stare attenti, quindi rimproverare non serve a nulla. Il rimprovero serve a poco: quando un bambino mostra disattenzione è inutile dirgli: “Stai attento!”.

 

La chiarezza 

I bambini che presentano difficoltà hanno bisogno di chiarezza, di ricevere spiegazioni e istruzioni in forma breve, semplice e, se possibile, con un esempio. La concretezza è un valido aiuto, per tutti. Evitiamo, ad esempio, di richiedere più cose insieme, perché talvolta essi possono fare fatica a tenere in mente la sequenza delle fasi di lavoro e, se perdono il filo, l’attenzione fugge via.

 

Le pause

Per i bambini che hanno tempi brevi di attenzione servono le pause. Ma è innegabile che brevi momenti di intermezzo fanno bene a tutti. Anche noi adulti, quando svolgiamo un’attività, quasi senza rendercene conto facciamo piccoli intervalli, impegnandoci momentaneamente in qualcosa di diverso. Ad esempio, se stiamo leggendo un libro, magari ci viene in mente una cosa che dobbiamo fare oppure ci alziamo per un bicchiere d’acqua o, una frase o una parola che abbiamo appena letto ci porta in un altro percorso in una sorta di labirinto per associazione di idee. Ecco, ai bambini accade in modo ancor più massiccio e, per loro, stare “dentro” all’attività che “noi” abbiamo richiesto non è sempre facile, soprattutto se quell’attività non dà soddisfazione. 

 

L’ordine nelle cose

Le difficoltà di attenzione si collegano spesso a una difficoltà a organizzare il compito, a gestire i materiali. Se, ad esempio, stanno eseguendo un compito, un piano di lavoro caotico fa perdere concentrazione, l’occorrente in quel momento non disponibile (ad esempio un righello o un pennarello) distoglie dall’attività. Aiutiamo allora i bambini a fare ordine, a disporre i materiali in modo che siano facilmente reperibili, a farsi spazio e a togliere tutto ciò che non serve.

 

La soddisfazione

Per tutti noi la soddisfazione è fondamentale, se non c’è cade la nostra motivazione, se non c’è è un duro colpo per l’autostima. Ma da dove nasce la soddisfazione? Sicuramente da piccoli risultati positivi, dal piacere di fare insieme, dal sentirsi importanti e utili, dalla sensazione di aver fatto un buon lavoro e, non ultimo, dal verificare che l’altro è soddisfatto.

Chi “insegna” la soddisfazione ai bambini? La risposta è ovvia: è l’adulto di riferimento. I bambini in difficoltà, ma non solo loro, vivono invece in un clima in cui c’è poco spazio per questo stato d’animo; vivono spesso la stanchezza dell’insegnante e del genitore per un traguardo faticoso, la delusione rispetto a obiettivi non raggiunti, lo scoraggiamento per gli insuccessi. Ma l’insoddisfazione degli grandi si appiccica addosso ai piccoli e non se ne va, a meno che…. A meno che gli obiettivi, i traguardi,  i metodi e gli strumenti non siano a misura di ciascuno; in questo caso la soddisfazione è garantita, per tutti.

  

La “definizione” che imprigiona

Capita spesso di attribuire nomignoli o di rivolgerci in modo giudicante ai bambini disattenti, ma è davvero controproducente, perché fa sì che essi si identifichino nella sua difficoltà. “Luca ha la testa tra le nuvole”; “Martina è la Bella Addormentata”; “Ehi, Matteo, dove hai la testa?”; “Simona, sei di nuovo in viaggio?”. Ecco, queste frasi archiviamole, non producono cambiamenti, ma fanno sentire inadeguati e bloccati nel loro problema. 

 

 La ricerca del “talento”

Quali sono le abilità principali di quel bambino? Qual è il suo talento? Non necessariamente deve riguardare la scuola: ogni competenza è un punto di forza da utilizzare, per cui possiamo cercare e trovare l’attitudine, l’ambito in cui egli davvero si sente capace.

 

“La struttura” del compito

Se vediamo che la distrazione ha a che vedere con la scuola, con la disorganizzazione dei materiali e delle strategie, possiamo aiutare il bambino a riordinare idee e “attrezzi” e a suddividere il lavoro in parti evidenziate con colori o con simboli diversi. 

Suggerire al bambino alcune domande chiave da porsi prima di iniziare un lavoro. Che cosa devo fare? Che cosa mi serve? Ho tutto l’occorrente? Che cosa mi manca?

  

Il promemoria 

Può essere di aiuto invitare il bambino ad annotarsi su un taccuino le cose da fare, suddivise in step e i materiali occorrenti. Questo è utile anche nel lavoro di gruppo, in cui ciascuno ha un proprio ruolo da svolgere.

 

Scoprire le cause

Questo è sempre un passaggio importante, per non rischiare di attribuire la disattenzione alla mancanza di impegno e di volontà dei bambini. Le cause possono essere di vario tipo: può essere un vero e proprio disturbo di attenzione, può trattarsi di un disturbo di apprendimento, di un’immaturità che ostacola il passo con i coetanei, ma anche di problematiche di tipo psicologico, che, in modo subdolo, creano ostacoli. Di fronte a difficoltà consistenti, capire il perché è come essere “a metà dell’opera”.

 

 

 

Autrice: Monica Pratelli, psicologa e psicoterapeuta.

Informazioni: Centro Method, via Sandro Pertini, 16   56035 Perignano (PI). Tel. 0587 617027 

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